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Gli italiani leggono poco e la cosa non interessa a nessuno

Gabriella Infante
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Da anni, il rapporto di fine anno dell’Istat sull’Editoria e la lettura in Italia, ci informa di numeri in costante calo. I lettori sono passati dal 42% della popolazione con più di 6 anni nel 2015 al 40,5% nel 2016. Parliamo di circa 23 milioni di persone che dichiarano di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista, per scopi non scolastici o professionali.

Come si possa considerare lettori queste persone non so bene ma il dato, letto al contrario, ci porta a dire che ci sono 30 milioni di italiani che non leggono nemmeno un libro all’anno.

Leggono più le femmine che i maschi: 47,1% contro il 33,5%. Si legge più al nord che al sud: 48,7% contro il 27,5%. Nel 2010 la percentuale dei lettori era del 46,8%. In sei anni si sono persi tre milioni e mezzo di lettori. Cosa ha determinato questo crollo? “Nell’opinione degli editori”, dice sempre il rapporto, “i principali fattori che determinano la modesta propensione alla lettura in Italia sono il basso livello culturale della popolazione (39,7 % delle risposte) e la mancanza di efficaci politiche scolastiche di educazione alla lettura (37,7 %)”.

Il dato più significativo e preoccupante è infatti il calo di lettori tra i 15 e i 17 anni: dal 53,9 del 2015 % al 47,1 % al 2016. Praticamente meno della metà degli studenti italiani acquisisce l’abitudine a leggere libri.

Rispetto al resto dell’Europa i dati sono davvero imbarazzanti: la percentuale dei lettori è superiore al 75% nella maggior parte dei paesi del centro e del nord dell’Europa occidentale: Svezia (89%, il dato più alto), Danimarca, Finlandia, Estonia, Olanda, Lussemburgo, Germania, Regno Unito. Mentre è inferiore al 60% in Portogallo (il dato europeo più basso: meno del 40%), Cipro, Romania,Ungheria, Grecia e Italia.

E questo è quanto, è sotto gli occhi di tutte le istituzioni culturali del Paese, ma sembra non interessare a nessuno.

La cultura è uscita dall’agenda politica e dalla programmazione dei governi da anni. Gli unici interventi che riguardano i consumi culturali sono monetari: dal bonus ai diciottenni a quello ai docenti. Ma mettere a disposizione dei soldi per i consumi culturali incide poco o nulla, infatti gli insegnanti per l’anno 2016/2017 hanno speso circa 200 milioni di euro in hardware e software nuovo, ma solo 38 milioni di euro in libri.

Il punto davvero significativo è che i dati dell’Istat indicano come fonte della scarsa propensione alla lettura il basso livello culturale e la mancanza di politiche scolastiche di educazione alla lettura. Si potrebbe quindi concentrare i pochi sforzi possibili proprio all’interno della scuola ché insegnare ad un giovane studente il piacere ed i benefici della lettura è sicuramente più utile (o quantomeno possibile) che provare a convertire un adulto disinteressato.

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