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Il Papa e Twitter.

Gabriella Infante
A
3'
12 dicembre 2012 12/12/2012

A partire da oggi, Papa Benedetto XVI twitta. Dopo l’avvento degli account nelle principali lingue dei giorni scorsi, inizia oggi l’esperienza di comunicazione della Santa Sede sul Social Network.

Si tratta di un’operazione che dal suo avvio ha conosciuto diversi risvolti. Tra qualche blanda critica, entusiasmi e previsioni, l’account italiano del Pontefice ha già guadagnato più di 100mila followers.
Sono stati avanzati dubbi sulla sicurezza da parte di chi si chiede chi twitterà a nome del Papa e quale autorità debba avere costui per custodire le credenziali d’accesso, sono stati paventati incidenti diplomatici nel caso l’account divenisse preda di malintenzionati…
Altre voci hanno evidenziato come lo sbarco di un’Istituzione religiosa su Twitter non rappresenti affatto una novità, basti pensare al Dalai Lama.

Quello che mi interessa analizzare in questo articolo è l’atteggiamento con il quale la Santa Sede si fa avanti e quello con cui la comunità italiana di Twitter la accoglie.

Da una parte abbiamo delle certezze rappresentate da intenti resi pubblici dal Vaticano stesso: “il Papa non seguirà nessuno; il Papa non twitterà personalmente; il Papa utilizzerà Twitter per essere vicino ai fedeli; il Papa twitterà anche in latino”.

In generale, trovo interessante e rivoluzionario che Twitter sia entrato nel novero dei mezzi di comunicazione usati dalla tradizionalissima istituzione cattolica, ma si tratta di una vera rivoluzione?

Se il Papa utilizza Twitter in un modo tutto suo, come se fosse un comune mezzo di comunicazione broadcasting, ha davvero senso seguirlo? L’impegno della Santa Sede suTwitter si limiterà a fornire un sunto dell’Angelus domenicale o della prossima Enciclica in 140 caratteri (modalità perfetta per i fedeli più pigri)? Noi utenti riusciremo a maturare l’impressione per la quale le domande che possiamo rivolgere al Papa possano in un qualche modo arrivare alle sue orecchie?

Ho diversi dubbi al riguardo, fatto sta che Twitter è un medium in fermento, difficile da orientare, in cui i centri di opinione sono diffusi, molteplici ed in cui la replica è il sale stesso di una comunicazione bidirezionale che ai autoalimenta. E questo è chiaro alla maggioranza degli utenti di Twitter che hanno preso la palla al balzo per polemizzare o semplicemente ironizzare.  L’hashtag #faiunadomandaalpapa è nato con le migliori intenzioni da parte della Santa Sede ma è stato subito preda degli utenti che l’hanno popolato di ironia e provocazioni, la maggior parte delle quali trovo personalmente di cattivo gusto.

Non credo che dietro l’atteggiamento di chi, protetto dalla riservatezza di un account, lancia provocazioni travestendole da battute (o viceversa), ci sia un vero pensiero anticlericale. Le motivazioni di quest’atteggiamento sono da rintracciare probabilmente nella mancata percezione da parte degli utenti che dietro quell’account ci sia davvero il Papa, in carne ed ossa.
Fatto sta che è il Papa stesso a prestare il fianco a facili ironie e stantio sarcasmo, scegliendo Twitter, adottandolo in maniera parziale, non prevedendo la portata delle degenerazioni. Dove sono i fedeli? Dove sono gli utenti che hanno rivolto serie argomentazioni al Papa? Allo stato attuale si perdono nel marasma delle provocazioni.

Se la Santa Sede con questa operazione aveva intenzione di avvicinare i fedeli al Papa o di alimentare la fede al riparo dalle tentazioni, direi che si è ancora molto lontani dall’obiettivo.

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