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Report e la Rete. Cos’è andato storto?

Gabriella Infante
I

Ieri sera è andata in onda una puntata di Report dedicata ad Internet, Social Media ed i rischi connessi all’uso degli strumenti interattivi. Già il titolo della puntata lasciava supporre l’atteggiamento e la lettura della trasmissione rispetto all’argomento trattato: “Il prodotto sei tu” già da solo raccontava del taglio che la redazione aveva deciso di dare all’argomento.

In un lungo susseguirsi di testimonianze (anche da parte di alcuni di quelli che vengono considerati i guru del web italiano come Robin Good, Alex Giordano, etc.), ricerche ed interviste, quelli di Report hanno deciso di creare un racconto che nel complesso è servito a gettare un’ombra sui media sociali. In generale abbiamo visto:

Ci è sembrato si volessero evidenziare esclusivamente i rischi connessi all’uso degli strumenti interattivi, una sorta di taglio per il quale le grandi aziende come Google o Facebook tramano alle nostre spalle per fregarci, in cambio di truffaldini servizi gratuiti, proprio come se gli ingenui utenti non avessero già fatto pace col fatto di rappresentare “prodotti” che le Media Company coltivano per poi “venderli” agli inserzionisti.
Ci è sembrato che si volesse montare uno scandalo intorno a processi che avvengono sicuramente in rete, ma che interessano anche altri ambiti della nostra vita di “consumatori”. Così come Google o Facebook, o chi per loro, traccia le nostre abitudini di consumo, i nostri gusti e le nostre preferenze, così altre realtà, dalle banche ai supermercati tracciano i nostri gusti e i nostri acquisti quando facciamo la spesa e passiamo il nostro bancomat alla cassa. Siamo consumatori ed è impensabile che aziende (aziende, quindi organizzazioni con evidenti scopi di lucro) ci forniscano servizi gratuiti in cambio di nulla. E gli utenti dei servizi gratuiti in rete lo sapevano già, almeno nella loro stragrande maggioranza. Quindi Report ci ha raccontato quello che già sapevamo e lo ha fatto paventando rischi gravissimi che avevamo già largamente ponderato. In generale, un punto di vista abbastanza ingenuo che sa di quel radicalismo di sinistra che ha francamente fatto il suo tempo, corroborato dalle testimonianze di alcuni Net Artist (!).

Ed alle persone che normalmente frequentano i Social Network per diletto o per lavoro, tutto questo non è affatto piaciuto. Nel giro di qualche decina di minuti l’hashtag #report è diventato trending topic su Twitter; molte ma frammentate le reazioni su Facebook. Approssimazione, terrorismo mediatico e allarmismo ingiustificato sono le accuse che gli utenti dei Media Sociali hanno mosso alla trasmissione.

Fermo restando il gradimento per Report, le va comunque riconosciuto il coraggio di addentrarsi in un argomento totalmente ignorato dalle altre trasmissioni televisive (fatta eccezione per i servizi di costume che vengono mandati in onda a chiusura dei TG nazionali: approssimativi, tendenziosi ed al limite del banale). Non è mai facile per un Medium affrontare discorsi su un altro Medium ed, in generale, quella di ieri è stata sicuramente una puntata che ha informato parte del pubblico di Report sui rischi connessi all’uso dei media interattivi e sociali (telespettatori ignari dei meccanismi che alimentano le imprese multi-milionarie) ma ha deluso, allo stesso tempo, un’altra fetta del suo pubblico che utilizza quegli stessi media, che è sveglia, che si è sentita più informata e consapevole degli stessi giornalisti che ci hanno raccontato la “realtà”.

Alcune osservazioni:

L’approssimazione di certe affermazioni era francamente evitabile.

L’attenzione per certi temi come la sicurezza, la privacy, la tutela delle identità risulta sicuramente comprensibile, l’allarmismo assolutamente ingiustificato.

Ci si è dimenticati di dire che l’adesione a servizi come Google o Facebook è volontaria e assolutamente non obbligatoria. I rischi connessi all’utilizzo di questi strumenti è sembrato scivolare nel vortice dell’inevitabilità.

Probabilmente quell’abitudine all’inchiesta su argomenti come la corruzione o la malasanità ha soverchiato quel distacco francamente auspicabile quando si parla di servizi e meccanismi che attengono alla sfera dell’impresa privata. Abbiamo intravisto quell’abitudine a raccontare di servizi che attengono alla sfera dei diritti costituzionalmente sanciti e dei servizi gestiti dai nostri rappresentanti democraticamente eletti. Quei presupposti di democrazia e trasparenza non possono per nessun motivo essere arbitrariamente traslati o sovrapposti alle aziende private: restano auspicabili, certo, ma nessuno li può esigere. O meglio coloro che li esigono e li non ottengono, possono volontariamente decidere di non aderire a quegli stessi servizi.

La demonizzazione della pubblicità è francamente un argomento trito e ritrito. A nessuno viene in mente che la pubblicità può essere anche gradita alle persone quando le informa di una possibilità che prima non conoscevano, di un modo per risparmiare, etc.? I persuasori occulti hanno fatto il loro tempo e nel caso riuscissero ancora a far presa sul pubblico, il loro bersaglio privilegiato sarebbe senza dubbio il pubblico televisivo, molto più di quello della rete.

Il tema della sicurezza è stato trattato in maniera troppo approssimativa. È sembrato che i nostri dati, anche quelli più personali, fossero alla mercè di chiunque, che i sistemi di autenticazione potessero essere aggirati anche da un bambino e che il Grande Fratello della Rete ci avrebbe risucchiato in mondo in cui la sfera privata è destinata a scomparire, nostro malgrado. La realtà è un’altra. Una cosa è informare le persone sulla necessità di adottare norme minime per proteggere i propri dati, una cosa è prospettare un inevitabile e molto prossimo futuro in cui si saremo costretti a rinunciare alla riservatezza ed alla protezione delle nostre informazioni.

Le testimonianze hanno dimostrato che in Italia manca una Cultura Digitale minima, che le persone possiedono una conoscenza (e relativa comprensione) dei sistemi che usano, insufficiente e la trasmissione ha paradossalmente acuito tale disinformazione, piuttosto che fronteggiarla.

Il live streaming che si è generato in maniera spontanea su Twitter ha evidenziato in maniera lampante tutti i limiti dei Media tradizionali ed unidirezionali, rispetto a quelli interattivi.
Gli utenti italiani di Twitter che seguono e commentano in tempo reale le puntate che vanno in onda in televisione si sono scatenati ieri sera, senza tuttavia avere la possibilità di ottenere una risposta immediata dai diretti interessati (stavano andando in onda) e sono stati costretti a ripiegare sulla loro stessa community oppure ad attendere i normali tempi tecnici televisivi (nel pomeriggio di oggi la giornalista che si è occupata dell’inchiesta sarà in video-chat).

È inaccettabile che una trasmissione televisiva che ospita della pubblicità, mandata in onda da una Rete che vende spazi pubblicitari, faccia la morale alle grandi aziende che operano su Internet perché trattano gli utenti come prodotti da vendere agli inserzionisti.

  • Pingback: #report e la rete | Enrico Rubboli()

  • Un ottimo articolo veramente. Concordo sul tuo punto di vista :)

  • Premetto che per me Report è una gran bella trasmissione e da sola vale il canone, inoltre è stata l’unica trasmissione che ha cercato di parlare di Internet in un paese di dinosauri.

    L’unica colpa era la non preparazione della giornalista.

    Posso fare solo una domanda: Ma dove hanno preso quella persona che era stata chiamata in causa come esperto SMM e che è stato definito “studente che si paga gli studi gestendo pagine di personaggi famosi” quello secondo la giornalista era SMM, perchè non ha fatto un po di ricerche prima di parlare in maniera cosi approssimativa

    • Si, credo che sarebbe stato opportuno prestare maggiore attenzione alla scelta di alcune testimonianze. Quella in particolare rischiava di banalizzare strategie e metodi utilizzati da un specifico settore professionale, riducendo il tutto alla mera conoscenza di qualche trucchetto.

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