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Boris 10 anni dopo

Gabriella Infante

Tutti quelli che hanno visto Boris (la serie) hanno almeno un personaggio a cui sono affezionati e almeno uno dei tormentoni della serie è entrato a gamba tesa nel loro vocabolario. Era inevitabile, perché Boris 10 anni fa era qualcosa di fresco, qualcosa di veramente bello.

Nel 2007 andò in onda la prima stagione di Boris e sarebbe diventata una serie cult ed avrebbe dato una forma ironica ed iconica ad un modo “molto italiano” di pensare, di comportarsi, di lavorare. Racconta il dietro le quinte della soap opera “Gli occhi del cuore 2” ed il set diventa il palcoscenico di registi falliti, produttori senza scrupoli, attori improvvisati, tecnici improbabili: un varo carrozzone che ospita opportunisti, raccomandati di ogni genere e pochi volenterosi sul viale del tramonto o all’inizio della carriera.

Boris è stata ed è ancora oggi un patrimonio di parodie e modi di dire che si sono infiltrati nella cultura pop di una generazione come significanti di un atteggiamento che non piace a nessuno, ma nel quale cadiamo o siamo caduti o abbiamo visto altri cadere. Tutti scarsi a modo loro i personaggi di Boris, tutti illusi, tutti veri. A cominciare da Renè, il regista e da Duccio, il direttore della fotografia.

Dai, dai, dai!

Artisti tutti e due forse una volta, adesso tirano a campare. Renè Ferretti ha il peso della brigata sulla spalle, che attizza con il suo celeberrimo “dai, dai, dai!” ma il suo è tutto un portiamola a casa, chiudiamo e non pensiamoci più, “a noi la qualità c’ha rotto er cazzo. Viva la merda!”. Duccio Patanè, invece, vive l’inutilità pratica della sua figura artistica sul set di uno sceneggiato di terza serie con molto poco trasporto. È un bidone vuoto di rassegnazione, flemma e cocaina.

Il suo unico contributo, il suo must, la soluzione ad ogni nuova ripresa è “aprire tutto”, “smarmellare”, in pieno stile RAI, tanto per intenderci. Entrambi rappresentano l’arte alla mercé del grande pubblico, la creatività che non supera la gogna degli ascolti, l’impegno frustrato che si ritrae di fronte al comodo, pratico tirare a campare. E i buoni propositi della vecchia scuola vanno a farsi benedire.

“molto italiano”

Quelli della nuova scuola invece finiscono sul piccolo schermo, ogni settimana, con i volti inespressivi di Stanis La Rochelle e Corinna Negri, due mezze tacche di attori invasati e molto egocentrici. Stanis guarda ad Hollywood e definisce “molto italiano” tutto quello che non gli va a genio. “Io ho la sensazione che ultimamente Shakespeare… sia un po’ troppo… come dire… un po’ troppo italiano”.

Corinna – per i colleghi sul set cagna maledetta – è tutta un gemere da diva d’antan ed un’incapacità esemplare, dimostrata ad esempio quel giorno in cui spreca un’intera giornata di riprese perché non riesce a pronunciare la parola “gioielliere”. Questi due l’arte non sanno nemmeno dove sta di casa, a dispetto di quanto sostengano, opportunisti senza scrupoli, raccomandati oltre ogni dire. E tant’è.

E poi c’è Arianna, una giovanissima Caterina Guzzanti, che manda avanti tutta la baracca sobbarcandosi tutto il lavoro organizzativo, pratico e quello di sostegno psicologico: Arianna ci crede ancora o almeno fa il suo dovere. Una parte d’Italia che è l’ultima spiaggia della speranza? Un gruppo risicato di bacchettoni che fanno il loro dovere al di là di tutto?

E poi ci sono i tecnici e gli stagisti, i produttori e gli autori, comici volgarissimi e attori fuori di testa, e le parodie di ognuno.

Il cast della serie

Sono passati 10 anni e la televisione italiana è ancora impelagata in programmoni fatti di lacrime e famiglie da ricongiungere, serie TV di nessun valore e sempre le stesse facce, invecchiate, di presentatori minuti e divette degli anni ’90 che si inventano di tutto per un poco di attenzione.

In un’intervista a Radio24 ho sentito Francesco Pannofino (Renè) esprimere molta nostalgia per la serie ed il suo personaggio. Ha raccontato di aver invitato più volte quei disgraziati degli autori a rimettersi a lavoro per scrivere un nuova serie, speriamo! Nel frattempo uno dei disgraziati ha scritto Dov’è Mario, con Corrado Guzzanti. Vi consiglio di guardarla, è divertente e ben fatta e, se avete amato Boris, vi farà sentire a casa.

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