Quello che c'è da sapere.
Direttamente nella tua inbox.
Niente spam, promesso.
Ok, sei dei nostri. Ottima scelta.
Social Media Business Tecnologia Pressplay Serie TV Startup Hacked Politica

30 anni senza Andy Warhol

Gabriella Infante
A

Alle 5:45 del mattino del 2 febbraio del 1987, Andy Warhol giaceva in un letto d’ospedale a New York, cianotico e privo di conoscenza in seguito ad un intervento alla cistifellea etichettato come standard, cioè privo di particolari rischi. Dopo tre quarti d’ora spesi in inutili tentativi di rianimazione, Andy Warhol moriva per arresto cardiaco.

Poco prima aveva realizzato la serie dedicata al Cenacolo di Leonardo, una produzione incredibile di oltre 100 variazioni sul tema, che il Guggenheim ha definito un investimento quasi ossessivo sulla materia. Tutto il progetto nacque da una riproduzione plastica estremamente kitsch acquistata per due soldi negli Stati Uniti.

The Last Supper / 1986

Una ventina di anni prima era sopravvissuto ad un attentato quando Valerie Solanas, femminista radicale e frequentatrice della sua Factory, sparò ad Andy e al suo compagno Mario Amaya, provocandogli ferite gravissime che fecero temere il peggio. Allora sopravvisse e dopo quell’episodio le sue apparizioni pubbliche divennero sempre più rare ma Andy Warhol si rifiutò di testimoniare contro la sua attentatrice. Due giorni dopo venne assassinato Bob Kennedy e tutta la vicenda passò in secondo piano.

All’indomani della morte, testamento alla mano, Fred Hughes, che per 25 anni era stato il manager di Warhol, fondò la Andy Warhol Fundation, mentre i beni accumulati dall’artista divennero oggetto di una storica asta di Sotheby’s. I periti della casa d’aste raccontano che entrando nella palazzina di New York, al 57 della 66th Street, la prima cosa che videro fu un gigantesco busto napoleonico che li fissava da un tavolo antico al centro del grande salone. E poi quadri appesi ed appoggiati alle pareti, e perfino una piccola xilografia di Edvard Munch. Ma nella stanza non si riusciva ad entrare: ogni centimetro del pavimento e i ripiani dei mobili erano coperti da scatole, pacchi e sacchetti per la spesa: un autentico ammasso di roba.

Non era la stanza di un collezionista che amava contemplare i suoi tesori. Era la stanza di un compratore, di un accumulatore, di un incettatore che aveva in tasca tutto il denaro del mondo. Salendo ai piani superiori, la portata del tesoro di Warhol si arricchiva di capolavori contemporanei di Roy Lichtenstein, James Rosenquist, Claes Oldenburg che da soli valevano molti milioni di dollari. E poi mobili in stile neoegizio e neoclassico, massicce credenze con piani di marmo, bronzi di creature mitologiche, urne e candelabri pomposi. Sembrava un museo di provincia mai visitato ma tenuto benissimo – racconta Barbara Deisroth, curatrice di Sotheby’s per l’Art déco.

Hammer and Sickle / 1976

Continuando, negli eleganti quartieri delle camere da letto, c’erano oggetti che rivelavano qualcosa di più sull’uomo: le scatole verdi delle parrucche accatastate accanto al televisore, un antico crocifisso di legno vicino al letto a baldacchino e l’armadietto in bagno traboccante di creme per la pelle, tubi e barattoli di trucco e bottiglie di profumo. E poi in ogni mobile, sotto il materasso e sui ripiani, gioielli e stecche di sigarette, orologi, aggeggi e ninnoli, Picasso e argenteria antica, libri rari e scatole di biscotti. Una quantità enorme di pacchi ancora sigillati. Capolavori a contatto con robaccia. E, chiuse in una camera degli ospiti, le opere del padrone di casa, il più prolifico artista del XX secolo ma anche l’artista più pubblico di tutti, bramoso di far circolare le sue opere e il più pubblicizzato di tutti i tempi. Una volta per scherzo disse che avrebbe partecipato anche all’inaugurazione di una tazza di gabinetto.

Andy Warhol non ha mai prodotto arte in uno studio. L’ha fabbricata con la regolarità di una catena di montaggio in un laboratorio pieno di gente, in cui bazzicavano musicisti, artisti, radicali e sbandati, la Factory. La sua opera più celebre è stata senza dubbio se stesso.

Big Electric Chair / 1967

Andy Warhol era una figura pubblica che usava la notorietà per nascondersi, elusivo ed obliquo. Ma chi era davvero Andy Warhol? Un supremo spacciatore di trovate pubblicitarie, come amava definirlo Time oppure un profeta del suo tempo, che ha saputo catturarne per primo – e più di tutti – lo Zeitgeist, come sono pronti a giurare collezionisti e seguaci. E l’uomo era un moderno Mefistofele, indifferente all’istinto di autodistruzione che ha sopraffatto molti dei suoi accoliti tra cui la squilibrata che tentò di ucciderlo, oppure una specie di santo?

Un paio di anni dopo la sua morte, nel 1989 il MoMA gli dedicò una retrospettiva che ha viaggiato per tutto il mondo, arrivando anche in Italia. Andy Warhol non si sarebbe perso quell’evento per niente a questo mondo e a quell’altro e così fece la sua apparizione nelle vesti di Alan Midgette, il sosia che aveva assoldato negli anni Sessanta per il suo ciclo di conferenze nelle università americane, in quanto “molto più simile a ciò che la gente si aspetta da me di quanto io possa mai essere“. Warhol, che voleva che sulla sua lapide comparisse solo la parola finzione, avrebbe certamente apprezzato.

100 Cans / 1962

Self Portrait / 1967

Brillo Boxes / 1964

Five Coke Bottles /1962

Do It Yourself (Landscape) / 1962

 

Quello che c'è da sapere.
Direttamente nella tua inbox.
Niente spam, promesso.
Ok, sei dei nostri. Ottima scelta.
Milton Glaser e l’iconico poster di Bob Dylan (che compie 50 anni)
Tutta l’America in una bottiglia di ketchup
Ecco i vincitori del World Press Photo 2017