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Il mito dei millennials è stato creato per nascondere gli errori dei genitori

Gabriella Infante
T
6'
26 gennaio 2017 26/01/2017

Tre anni fa, Time magazine pubblicò una cover story dal titolo “The Me Me Me generation – i millennials sono pigri narcisisti che vivono ancora con i loro genitori”. Fu una sorta di versione stampata di un articolo fatto per il clickbait, pensato apposto per essere divorato dalla base di lettori baby boomers del Time, o forse per essere sfogliato con rabbia da millennials che tentavano di ammazzare il tempo presso i più fedeli abbonati del Time, gli studi medici. Questo se i millennials in questione avessero avuto la fortuna di avere un’assicurazione sanitaria, cosa che circa il 23% di loro non può permettersi attualmente.

Ovviamente, questo tipo di statistica scomoda non rende bene l’idea. Quando la cover story del Time fu pubblicata, i millennials erano al quarto anno di un periodo caratterizzato da alta disoccupazione, debito in crescita, ed una rete di welfare ormai erosa. Eppure, con un’incompetenza da togliere il fiato, Time etichettò la disperata ricerca di un lavoro stabile da parte dei millennials come un difetto da figli di papà – “ehi guarda quei ragazzini troppo viziati da riuscire a gestire la scelta tra una vasta gamma di opportunità per fare carriera”.

L’idea che i giovani di oggi siano narcisisti e pigri indugia appena sotto la superficie

Tre o quattro anni dopo, i millennials sono diventati un bacino elettorale e una fonte di reddito per le aziende. I media hanno aggiustato il tiro di conseguenza. Ma l’idea che i giovani di oggi siano narcisisti e pigri indugia appena sotto la superficie. Facendo un giro tra le notizie, emergono due mondi paralleli che riguardano i millennials. Il primo è abitato da giovani aperti alla politica che sostengono iniziative controverse come il campus safe spaces. La seconda è piena di giovani consumatori che sono felici e prosperi ed ancora preferiscono lo stile alla “roba” – il che, a guardare meglio, è un eufemismo per dire che non hanno un grande potere d’acquisto.

Queste descrizioni risultano più sfumate rispetto al ridicolo tentativo fatto da Time nel 2013 di descrivere i millennials, ma ancora non riescono ad esprimere con accuratezza la realtà delle vite dei giovani. Per prima cosa, la maggior parte delle rappresentazioni non riesce a definire una fascia di età e preferisce riferirsi al contesto storico. In questo modo, gli analisti finiscono spesso per etichettare la disperazione economica dei millennials come una scelta di vita, arrivando ad una definizione arretrata di come la vita sia davvero nel mondo della new economy.

Allo stesso tempo, l’esperienza condivisa dagli americani che affrontarono il periodo successivo alla Grande Depressione da “giovani adulti”, viene sdrammatizzata a favore di fenomeni di tendenza come l’affettazione di una classe di persone privilegiate o fenomeni come il “side hustles” (lavori secondari).

Gli analisti cercano di mettere insieme i pezzi e capire perché i giovani rinuncino a cose come le banche, il matrimonio, le case ed arrivano a risposte come “preferiscono i luoghi urbani perché garantiscono un sacco di divertimento e più scelte riguardo allo stile di vita”.

Per gli analisti l’instabilità economica dei millennials è una scelta di vita

Infatti, termini come “preferenza” o “scelta” ancora dominano il media coverage sui millennials. Ma se niente riesce a tenere insieme questa generazione definita in maniera così tenue, è per colpa della scarsità delle opportunità. Gli americani che hanno vissuto la parte più grande della loro vita da adulti nel periodo successivo alla Grande Depressione, avevano stipendi più bassi, meno mobilità e la più importante dipendenza finanziaria dai propri genitori rispetto a qualsiasi altra generazione nelle storia contemporanea. Molti millennials non hanno molte scelte. Reagiscono semplicemente ad un’occasione perduta.

Parte della confusione deriva dal modo in cui definiamo le generazioni, una serie di etichette che sono poco chiare ed altrettanto inconsistenti. Partiamo con un po’ di storia. Generazione X, la generazione che preceduto i millennials, è un termine coniato da Douglas Coupland (nato nel 1961) per definire i nati negli anni ’60 e nei primi anni ’70. Quelli della Generazione X erano giovani quando, nel 1990, il libro di Copland “Generazione X: storie di una cultura accelerata” fu pubblicato. È davvero bizzarro che le persone che erano bambini ai tempi della pubblicazione del libro non furono prese in considerazione nella sua classificazione generazionale. La Generazione X è stata poi ridefinita: riguarda le persone nate approssimativamente tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’80.

I millennials devono ringraziare per la definizione gli scrittori William Strauss e Neil Howe. Non c’è accordo sulla definizione dei millennials, i range vanno dalla fine degli anni ’70 al 2000. La sovrapposizione tra la Generazione X e i millennials è fonte di frustrazione per le persone nate nel periodo di sovrapposizione, ovvero tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80. L’influente Pew Research Center stabilisce il limite superiore al 1981, ma rimane uno standard utilizzato soprattutto dai media.

La confusione deriva dal modo in cui definiamo le generazioni

Tuttavia, c’è un bel caso da prendere in considerazione che dimostra che anche la definizione del Pew Center dovrebbe essere abbandonata. In un brillante articolo pubblicato su Medium, “Fottetevi, io non sono un millennial”, Patrick Hipp propone il ritorno al termine “Generazione Y”, una volta usato per definire i nati tra il 1976 ed il 1990 che sono cresciuti “in tandem con internet” ed hanno assistito contemporaneamente alla nascita della cultura digitale ad alla frantumazione delle istituzioni intorno a loro.

Il collasso generazionale proposto da Hipp ha senso perché definisce le generazioni con un incremento di 14 anni plasmati da cambiamenti radicali, come l’avvento di internet o gli attacchi terroristici dell’11 settembre. Questo modello enfatizza il fatto che il comportamento e le aspettative sono plasmate dalle circostanze storiche – una sfumatura assente nella sciatta impostazione proposta dai media. Nel 2014, il New York Times pubblicò il pezzo di una 37enne millennials, nel quale spingeva la scrittrice di Slate Amanda Hess a presupporre che “millennials” fosse una specie di parola in codice usata dal Times per definire “un manipolo di giovani bianchi e ricchi di New York che fanno qualcosa”. Questa teoria prende vita nel 2016, quando il pezzo di Andrew Boryga su Fusion riguardo ai bassi stipendi dei giovani di colore, notò che molti di loro non avevano mai sentito la parola “millennials”, nella sua accezione più popolare.

Con tutta la confusione e i travisamenti sulle generazioni più giovani, vale la pena cercare di definirli una volta per tutte? Se gli eventi recenti non forniscono alcuna indicazione, la risposta è sì – a patto che siano definiti in modo corretto.

Nel Regno Unito, una generazione anziana di inglesi ha votato contro la volontà della maggioranza dei giovani, che erano per rimanere nell’Unione europea. L’incapacità delle generazioni più anziane di vedere come l’economia sia stata radicalmente ristrutturata dai tempi della Grande Recessione porta a politiche miopi con le quali i giovani, non i baby boomers, dovranno convivere nel lungo periodo.

Anche nelle elezioni degli Stati Uniti, entrambi i candidati presidenziali cadono solidamente nella categoria Baby Boomer. Donald Trump contribuirà a determinare le politiche per lavoratori americani che sono molto più giovani di lui. Queste politiche dovrebbero essere modellate su come i giovani vivono realmente e non da quello che le élite più anziane vedono nello stereotipo dei millennials, come quello mostrato dalla serie tv HBO Girls, di Lena Dunham o quello che si può leggere in articoli di tendenza che si concentrano sulle idiosincrasie della gioventù benestante.

Per gli under 40, la vita dal 2008 è stata una lotta per la sovravvivenza

Per la maggior parte delle persone sotto i 40 anni, la vita sin dal 2008 è stata una lotta per sopravvivere. Ma vale la pena notare che un sacco di anziani condividono le stesse lotte dei più giovani. Molti sono stati licenziati durante la crisi economica. Ci sono un sacco di persone anziane con pochi risparmi, finanze impoverite dal proprio sostentamento e da quello dei figli senza lavoro. Dobbiamo trovare il modo affinché le nostre lotte si intreccino, invece di permettere ai media di alimentare classificazioni inventate e risentimento generazionale.

I “Millennials” sono diventati sia un capro espiatorio per i media, che una distrazione dalla diffusa sofferenza economica. Dopo aver sperimentato come unico modello di economia il recupero dalla recessione, i giovani sono probabilmente quelli che hanno sofferto di più. Il rimedio non consiste nel giudicare le loro scelte di vita o, peggio ancora, alimentare l’illusione che abbiano soldi da buttare, ma nel riconoscere la nuova economia per quello che è: una crisi strutturale, quella che le generazioni future dovranno condividere. I millennials continuano ad invecchiare, ma i loro problemi sono sempre gli stessi.

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