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La Silicon Valley deve davvero temere Donald Trump?

Gabriella Infante
Q

Qualche mese fa vi avevamo raccontato della lettera aperta a Donald Trump, firmata dai alcuni dei più importanti nomi del panorama dell’industria hi-tech americana, grandi nomi come quelli del CEO e co-founder di Slack Stewart Butterfield, il founder di Tumblr David Karp, il co-founder di Twitter Ev Williams e il co-founder di Apple, Steve Wozniak.

I tech-leader temevano che l’elezione di Trump sarebbe stata un disastro per l’innovazione. “Crediamo in un paese inclusivo che promuove opportunità, la creatività e la parità di condizioni. Donald Trump non lo fa” si leggeva nella lettera.

Adesso che i giochi sono fatti e Donald Trump è il nuovo presidente degli USA, si teme per le ripercussioni che l’avvento di Trump potrebbe causare alla Silicon Valley e a quello che rappresenta. In campagna elettorale, Trump ha dimostrato posizioni poco progressiste.

Ha parlato di limitazioni ad internet per questioni di sicurezza nella lotta all’Isis.

Si è contrapposto ad Apple nella questione relativa allo sblocco degli iPhone appartenuti ai terroristi di San Bernardino, invitando tutti al boicottaggio dei prodotti della Mela finché non si fosse piegata alle “ragioni di sicurezza nazionale”. In precedenza aveva dichiarato che avrebbe costretto Apple a produrre i suoi dispositivi in USA e non in Cina, senza spiegare come pensava di farlo.

Ha definito i computer “a mixed bag” e ha sostenuto che le persone dovrebbero affrancarsi da internet.

Non ha mai avuto parole di interesse o vicinanza per la tech industry, rinunciando di fatto anche alle ricche donazioni che ne potevano derivare.

In generale, risultano preoccupanti le sue posizioni contrarie al libero scambio di idee, all’ambiente ed all’energia, all’immigrazione, quando è evidente che l’industria innovativa americana, come tutte le altre, attinge a piene mani da genialità e creatività provenienti dal resto del mondo, senza guardare alla loro appartenenza etnica né tantomeno alla loro provenienza geografica.

Subito dopo l’ufficializzazione dei risultati, molti personaggi illustri si sono sfogati con tweet al vetriolo contro il neo-eletto presidente.

Shervin Pishevar, co-fondatore della società di venture capital Sherpa Capital e di Hyperloop One, che finanzia tra le altre cose il progetto del treno superveloce di Elon Musk, ci è andato giù pesante e ha dichiarato di voler finanziare una campagna per la secessione della California dal resto degli States.

1/With my resignation from Fulbright Board, I ask everyone of conscience to boycott the Trump Presidency and resign their political posts.

— Shervin (@shervin) November 9, 2016

Dopo la dichiarazione, che prosegue con un paragone con l’elezione di Hitler, la sua proposta continua a raccogliere consensi e siamo arrivati persino alla definizione di una @NewCalifornia, il nuovo stato, lontano dalla presidenza Trump.

Adam Singer, di Google, si dimostra preoccupato per il futuro della Silicon Valley.

Party is prob over for Silicon Valley for now Trump presidency means recession time. Startups and big companies alike in trouble. Sad.

— Adam Singer (@AdamSinger) November 9, 2016

Dara Khosrowshahi, l’uomo d’affari iraniano-americano e CEO di Expedia:

As tech leaders we have to admit that we are hugely disconnected with our nation. I don't like it but have to recognize this issue.

— dara khosrowshahi (@dkhos) November 9, 2016

Aaron Levie, CEO di Box:

Strange that the best case scenario at this point is that Trump has been lying about his views and plans the entire time.

— Aaron Levie (@levie) November 9, 2016

A giudicare da queste opinioni, c’è poco da stare tranquilli e la preoccupazione sembra reale. Il sogno Silicon Valley, e con esso quello americano, rischia di sbiadirsi? Cosa dobbiamo realmente aspettarci dalla nuova presidenza?

Vedremo. Per il momento, che quelle di Trump fossero parole dure e provocatorie da campagna elettorale, buone solo a smuovere una parte dell’elettorato e ad aizzare folle meno connesse con il mondo contemporaneo, è quello che tutti dovremmo augurarci.

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