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Milton Glaser e l’iconico poster di Bob Dylan (che compie 50 anni)

Luca Murante
I
5'
21 marzo 2017 21/03/2017

Indubbiamente l’immagine più famosa di Bob Dylan non è una fotografia, ma un disegno: una suggestione dell’uomo piuttosto che una rappresentazione precisa. Dopo tutto, qual è il modo migliore di celebrare la sensibilità caleidoscopica di Dylan se non con un fantasioso ma riconoscibile ritratto?

50 anni fa chi comprò il vinile di Greatest Hits trovò questo poster infilato nella confezione. Dal quel momento, il ritratto icona di Dylan creato dal leggendario Milton Glaser non ha perso un soffio del suo appeal.

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Quell’album uscì il 27 Marzo 1967 dalla Columbia Records. Incastrato nella storia dopo il fantastico Blonde on blonde e prima del sottostimato John Wesley Harding. Tra il marzo 1965 e il dicembre 1967, Dylan pubblicò non meno di quattro album, inclusi Bringing It All Back Home e Highway 61 Revisited, in aggiunta appunto al Greatest Hits, un album da 5 milioni di copie. A quei tempi, metà anni sessanta, molte band vendettero più dischi di Dylan, ma pochi altri sulla faccia della terra furono così influenti. Forse neanche i Beatles, i Rolling Stones o Jimi Hendrix.

Torniamo a Glaser. La silhouette che tracciò, l’esplosione di colore, il carattere tipografico Baby Teeth (creato apposta), è divenuta anch’essa leggenda. Si è instaurata nell’immaginario popolare, andando al di là del successo che ebbe ai tempi.

«È il mistero dell’arte» afferma Glaser in una recente intervista fatta nel suo studio a Kips Bay, ovviamente New York City. «Alcuni lavori hanno un profondo effetto su noi tutti. Rimangono. Altri, invece, scivolano via. Perché?»

Milton Glaser è un decano del design grafico americano, creatore di alcuni dei più memorabili loghi ed emblemi di tutti i tempi. Primo e più famoso sicuramente I ♥ NY che è probabilmente uno dei logotipi più riprodotti della storia. 87 anni, alto, sorriso fermo, suadente, con lo sguardo acuto a regnare sul suo volto. Indossa spesso colorati foulard di seta al collo su capi casual. Potremmo definirlo old-school, ma non certo old-fashioned.

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Ogni giorno, Glaser va al lavoro al suo studio, nei pressi della 30esima-est, in quella che è stata la sua casa creativa per quasi 50 anni. In questo piccolo palazzo di quattro piani, assieme a Clay Felker, nel 1968 fondo il New York magazine. Su una finestra, poco sopra il livello della strada, campeggiano le tre parole che per una vita sono state la vocazione di Glaser: Art is Work.

Il design del poster con Bob Dylan fu ispirato non al suo profilo vero e proprio – i suoi capelli disordinati, il naso riconoscibile – ma ad un autoritratto di Marcel Duchamp che Glaser vide per la prima volta da ragazzo.

«Alle scuole superiori vidi questo autoritratto di Duchamp, una semplice silhouette stagliata su fondo giallo che mi colpì molto. Il suo potere figurativo era eccezionale. Non aveva dettagli, semplicemente il profilo di Duchamp, come ritagliato da un pezzo di carta. Ho sempre voluto sapere come facesse qualcosa di così elementare, di così semplice, ad impressionarmi così tanto. In un certo modo, quella domanda si è estesa a tutta la mia vita. Perché le persone preferiscono una cosa piuttosto che un’altra, o hanno emozioni così forti rispetto ad un’altra immagine o canzone?»

«[Sul poster di Bob Dylan] Perché, quindi, quell’immagine è stato un oggetto del desiderio per un periodo così lungo? È un collegamento infallibile a quel momento preciso della storia, ma non è tutto. È qualcosa di condiviso tra le persone. L’anno scorso, al Guggenheim ho parlato della distinzione fra Arte e Design, un ragionamento sempre utile. Ti confronti sempre con un pubblico quando lavori, e lo devi motivare a fare un’azione o prendere una decisione che, solitamente, è comprare. L’Arte, invece, è un meccanismo per trasformare le menti, cosicché le persone possano trovare qualcosa in comune. L’Arte, quindi, è un meccanismo di sopravvivenza. È stata creata per aiutarci ad imparare come condividere delle esperienze, magari per sopire la volontà di ammazzarci a vicenda. »

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Nello scorrere della vita, un pezzo di design entra nella realtà delle cose e spesso diventa un legame fra le persone: un’esperienza condivisa anziché un mero convincimento al comprare qualcosa.»

«Fin dal Big Bang, siamo fatti della stessa materia. Tutti siamo connessi con tutto, ma qualche volta interviene un elemento che crea una connessione più profonda. [Il logo] I ♥ NY è stato introdotto nel 1977: oggi non puoi fare una passeggiata senza incrociarlo cinque o sei volte. In parte, pensi che duri proprio perché non è semplicemente uno strumento di marketing, anche se originariamente fu creato per una campagna di promozione del turismo. È diventato, con il tempo, un’espressione di come le persone percepivano New York nella fine degli anni 70. Tutti volevamo far sapere al mondo che amavamo questa città. Era emozione, era vero.»

«Per il poster di Bob Dylan, invece, non lo so. È un mistero che non può essere risolto, perché non è razionale.»

Oggi, quel poster è un oggetto di culto. I fan sono disposti a pagare centinaia o migliaia di dollari per un originale, che sono tanti per un oggetto che in principio era un regalo ripiegato nella copertina di un album. Il Glaser Studio continua a venderne ogni anno centinaia di copie dal suo online store per $100 ($200 con autografo), una straordinaria testimonianza di quest’irrisolto mistero.

Il mistero si fa più profondo quando Glaser affronta la questione della scritta “Elvis” che pare comparire nei capelli di Dylan se si guarda bene l’immagine. Lui stesso afferma che non era intenzionale e che lui stesso se n’è accorto 15 anni dopo quando ha letto su una rivista questa divertente scoperta visiva. Forse significa qualcosa, forse no: «tutte le cose ci colpiscono sotto la superficie, nell’inconscio. Spesso non sai neanche cosa stai facendo e perché lo stai facendo.»

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«La compulsione del disegno è dentro di me da quando avevo 5 anni. Ho frequentato le Belle Arti per imparare il disegno dal vero a 12 anni. Tutta la mia vita è stata rivolta a questa cosa chiamata Arte, che in fondo è creare delle cose. È l’atto fisico del trasformare della materia in qualcos’altro. Per molte persone, è la grande gioia della loro vita, quest’idea che puoi sederti e tirare fuori qualcosa dal nulla.»

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