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Politica Quello che vi hanno detto sul concetto di post-verità è falso
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La Brexit prima ed il risultato delle elezioni presidenziali americane poi, hanno creato una grande attenzione mediatica riguardo al concetto di post-verità.

Coniato negli States, il termine post-truth è stato usato per la prima volta già negli anni ’90. Riferito ad un ambito soprattutto mediatico, esprimeva una posizione critica nei confronti dei media tradizionali e della copertura che i media davano ai fatti. Nel corso del tempo, il termine è scivolato verso un ambito più vicino alla politologia ed alla comunicazione politica fino al 2016 quando è stato ripescato per descrivere lo spiazzante epilogo della campagna presidenziale e riassumere in un concetto la contemporaneità. L’Oxford Dictionary – che ha eletto post-truth parola dell’anno 2016 – l’ha definita “relativa a circostanza in cui i fatti oggettivi sono meno influenti, nel formare l’opinione pubblica, del ricorso alle emozioni ed alle credenze”.

Eccoci qua: la nostra epoca ha strappato la Verità all’iperuranio della virtù e lo ha gettato nei bassifondi dell’opinabile, accanto alla bugia, con la stessa trascurabile dignità.

Ovviamente, non mancano interpretazioni riduttive del concetto che lo relegano a mero sinonimo di bugia, come possiamo leggere qui e qui e qui.

Post-verità non sta per bugia, bufala, esagerazione, etc. Quello della post-verità è un discorso ontologico: viviamo in un’epoca in cui verità e menzogna sono sullo stesso piano, hanno potenzialmente lo stesso risalto e, soprattutto, la verità ha ceduto il suo predominio all’opinione, creando un livellamento tra le bugia e verità: non conta più che un fatto sia vero, provato, oggettivo. Verità e bugia valgono esattamente lo stesso.
Ma c’è un’aggravante: la verità è noiosa, composta, spesso auto-evidente. La bugia invece è sensazionalistica, spiazzante, accattivante ed ha molte più possibilità di trovare riscontro ed entusiasmo nelle persone, attraverso i media. In poche parole, le balle vendono.

Balle, balle ovunque

Che le bugie ci siano sempre state e abbiano sempre attecchito nelle difficoltà e nell’ignoranza è fuori di dubbio. Quello che c’è di nuovo è che le fake news adesso producono effetti gargantueschi (cit.). La calunnia è un venticello e se allora un dispotico “che mangino brioche” non sarebbe bastato a far saltare la testa della regina, oggi una notizia falsa qui, una colossale balla basta a far saltare la candidatura della prima donna presidente del mondo libero. Del resto, al fact-checking scopriamo che Donald Trump ne ha sparato di talmente grosse da riuscire ad essere credibile e gli americani gli hanno creduto.
Basta allontanarsi un momento dalla politica per capire l’effetto dirompente delle fake news e passare all’ambito medico e scientifico: la campagna anti vaccini, il legame vaccino-autismo, la truffa Stamina, le scie chimiche ed io ci metto dentro anche la questione olio di palma, un alimento messo al bando a causa al sentito dire, senza nessuna prova scientifica a supporto.
La vera domanda rimane una, semplice: come si fa a credere a cose palesemente false? Un po’ è colpa della natura sensazionalistica delle fake news, un po’ dell’abitudine al sospetto, molto della filter bubble in cui ognuno di noi è immerso.

Le balle non sono una novità

L’esperto è in crisi

Un giorno ci hanno detto che potevamo fare tutto e andare dappertutto. Questo senza sapere niente. Ci hanno detto che l’uomo della strada era il centro di tutto e che i professoroni appartenevano alla casta e come tali ci mentivano, o si sbagliavano o comunque non erano in buona fede. E giù con chiacchiere da bar di ogni tipo, per dirla con Umberto Eco, e populismo.
La storia del medico che vede messi in discussione dati scientifici da persone prive di competenze è esemplare ed anche il suo sfogo.
La misura è colma: gente che augura la morte al presidente del Consiglio dopo un malore, carica istituzionale sbeffeggiata, scienziato, scrittore e ogni singolo esperto è in crisi perché la sua credibilità è messa in discussione ed un signor Nessuno qualunque ha gli strumenti per affermare in pubblico di saperne almeno quanto lui, se non di più.

The New Yorker

Le balle vendono

Paul Horner, un creatore seriale di bufale, sostiene di riuscire ad incassare fino a 10000 dollari al mese. Google e Facebook non hanno mai fatto nulla per scoraggiare la diffusione di notizie false e all’indomani della vittoria di Trump cadevano dal pero e decidevano di eliminare gli account pubblicitari dei servizi che producono fake news in maniera sistematica, rinunciando, loro malgrado, ad un bel gruzzoletto. Si apre quindi un dibattito interessante: Facebook può essere considerata una media company, visto che per quasi metà della popolazione rappresenta un mezzo di informazione – dotato di sistematicità, frequenza e credibilità?

Oggi si parla di sistemi che consentano di individuare i contenuti falsi, di giurie popolari e altre amenità ma l’azione più interessante da fare è lavorare sui creduloni ed il loro spirito critico, non pensare a come imbavagliare i cazzari.

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